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Come la pandemia sta cambiando la micromobilità

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I mezzi di trasporto pubblico sono in crisi: treni vuoti, metropolitane deserte e corse degli autobus dimezzate.

La pandemia ha reso le persone meno inclini a muoversi all’interno di mezzi pubblici, dove vi è una scarsa circolazione dell’aria e un distanziamento sociale difficilmente realizzabile.

L’estate e il bel tempo hanno coinciso con la riapertura delle attività. La gente ha riscoperto il piacere di camminare all’aperto, il muoversi in bicicletta e in motorino.

Ci si chiede però perché l’industria della micromobilità non stia crescendo come auspicato, soprattutto in questo momento apparentemente favorevole.

Il nuovo coronavirus ha portato il business dei monopattini elettrici e delle biciclette in sharing sull’orlo del collasso finanziario.

La domanda è evaporata secondo un’analisi del New York Times, che ha rilevato come la spesa per il noleggio dei monopattini sia diminuita di quasi il 100 per cento rispetto a tutte le altre modalità di trasporto.

Molte aziende di sharing mobility stanno licenziando in massa i dipendenti, poiché stanno perdendo molti soldi e i loro bilanci sono finiti profondamente in rosso.

Ciononostante ci sono alcuni segnali che indicano come la mobilità condivisa possa sopravvivere alla crisi e persino uscirne rafforzata.

Ovviamente però, prima che ciò accada, l’industria dei monopattini elettrici dovrà nel suo complesso ridimensionarsi, con molte persone che purtroppo perderanno il lavoro.

Molti lo hanno già fatto, come Bird e Lime, le due aziende più grandi in termini di quotazione finanziaria e dimensioni della flotta.

Alcuni esperti sono concordi nel ritenere che la crisi di tali aziende derivi anche da una politica sbagliata, che mira esclusivamente al ritorno sull’investimento, piuttosto che sul miglioramento della mobilità auspicato dai tanti sindaci. Alcuni potrebbero sopravvivere alla crisi, soprattutto se le città sono disposte a fare un passo radicale.

Ad esempio, piuttosto che imporre tariffe agli operatori e limitare le dimensioni della loro flotta, le città dovrebbero iniziare a sovvenzionarli.

I finanziamenti pubblici per le aziende di micromobilità potrebbero aiutare a colmare le lacune del servizio di trasporto pubblico nelle grandi città, soprattutto quelle che hanno subito un taglio nelle corse degli autobus e dei treni.

Non sorprende, infatti, che oggi ci siano città Americane e Cinesi che stanno finanziando la micromobilità.

Già adesso molte città italiane hanno capito l’importanza di collaborare con queste aziende e venire incontro alle loro richieste nella progettazione di modelli operativi sostenibili.
“Ancora più importante dei sussidi diretti è la scelta di appaltare e limitare il numero di aziende di monopattini elettrici che operano in ogni città” dice Marcello Brunaldi, autore del portale Nnhotempo.

“Le aziende di sharing mobility più virtuose hanno contratti esclusivi e a lungo termine con le città, nessun finanziamento pubblico diretto e sponsorizzazioni aziendali per aiutare a coprire i costi.”

La verità è che le città sono lente a tenere il passo con le mutevoli preferenze di trasporto dei loro cittadini. Nel frattempo la pandemia ha gravato su molti bilanci comunali, costringendo le città a prendere in considerazione la possibilità di tagliare le spese per i trasporti, i parchi e l’istruzione.

Così, dopo molti anni di ritardo, solo adesso viene proposto di chiudere le strade alle auto e incoraggiare il distanziamento sociale, aumentando le dimensioni delle aree pedonali ed estendendone gli orari.

Purtroppo però, sempre più sindaci vedono la mobilità green come un’opportunità per aumentare le entrate delle casse comunali, piuttosto che una soluzione per affrontare le sfide dell’ultimo miglio che ci aspettano da qui ai prossimi anni.

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